L’irrequietezza dell’occidente

Demetrio Battaglia

Colgo lo spunto iniziale di questo mio scritto da un dialogo di C.G.Jung, tratto da Sogni, ricordi e riflessioni (BUR Biblioteca Univ. Rizzoli), con un capo degli indiani Taos Pueblos del Nuovo Messico. In quel breve e celeberrimo dialogo il capo indiano indicò allo psicoanalista l’indole dell’uomo bianco e tra le righe disse: “[…]quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualche cosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.[…]”
Crudeli, labbra sottili, nasi affilati… irrequieti.

Quanto c’è di vero in queste parole, quanta saggezza in quel capo Pueblos e se anche qualcuno di noi storcerà il naso, si opporrà mentalmente a questa parole che sanno di sentenza, la storia è lì, muta testimone di quello che l’uomo bianco, l’occidentale, ha fatto negli ultimi quattro secoli, dalla scoperta dell’America ad oggi. A rigor di logica però questo modo di essere, il nostro stato di turbamento, di smania e insoddisfazione, e qui scomodo un altro gigante del pensiero occidentale: Emanuele Severino, ha radici ben più lontane nel tempo. Così distanti da noi da poterle definire ancestrali.

Il pensiero occidentale nasce nell’alveo greco, un bacino di menti eccelse che venticinque secoli fa divenne consapevole che il Mito, la narrazione mitologica, e la classe sacerdotale custode dei riti antichi, non era più in grado di sopperire alle grandi domande sul Destino dell’Uomo e sul Senso della Vita. La filosofia classica, e di conseguenza il pensare dell’occidente, pone le sue radici in quel tempo dandosi la straordinaria meta di gettare luce, una luce definitiva, sulle tenebre infere del Nulla in cui ogni uomo termina il suo viaggio nel momento della morte.
Come reazione alla presa di coscienza che il Dopo equivale al Nulla, l’uomo occidentale dà quindi inizio alla filosofia, ricordando che nel termine stesso si nasconde Sophos la Luce, come risposta forte, baluardo epistemologico all’angoscia che nasce dall’Oblio, dalla perdita totale di identità.
Severino ci racconta perciò, dalle parole di Aristotele, di Thauma, il gigante Thaumante, che incarna proprio quell’angoscia del vivere, la paura dell’oblio da cui è nata la storia dell’occidente.

Ingorgo1

Quegli straordinari pensatori, ricordiamo che la filosofia nasce grande e ne è prova il fatto che ancora con quegli uomini antichi dobbiamo misurarci,

misero le basi del nostro modo di pensare poiché quelle strutture da loro ideate, come baluardo contro l’Oblio, sono tutt’ora le stesse che governano l’intero occidente e da e

sse sorgono tutti i giorni i nostri pensieri, i concetti che esprimiamo. Quel pensare altro non è che la struttura psichica su cui sono state costruite poi le forme politiche, le forme economiche, le forme culturali e relazionali in tutta la storia dell’occidente e ormai , grazie o a causa della globalizzazione, dell’intero pianeta.

L’uomo antico viveva il contatto diretto col divino, così ci raccontano antichi pensatori come Esiodo, ma in una prima degradazione quel contatto fu mantenuto vivo solo nella forma dei riti, ovvero spazi sacri dove un celebrante-pontefice era in grado di riaprire quei varchi, ormai chiusi, verso il Divino. In seguito quegli spazi sacri rimasero solo dei vuoti simulacri e la loro ancestrale potenza venne così depositata nei miti e nelle fiabe.
Quei simulacri presero nome di Simboli e tuttora quei simboli hanno la capacità, se interrogati, se vivificati, di ricollegarci al Sacro che ad essi sottende. La nascita della filosofia ci racconta di un passo successivo nel quale anche i miti non furono più in grado di mantenere quell’integrità, quella distanza dall’angoscia del Nulla, dalle tenebre annichilenti della Morte intesa, vorrei tornare a sottolineare, come totale mancanza di… completo annichilimento dell’identità.

Nel mondo antico, ancestrale, il contatto diretto col Divino, col Sacro, è parte di una tradizione che ci racconta un’Età dell’Oro, in oriente Satya Yuga, un momento pre-storico in cui uomini e dei camminavano fianco a fianco nel mondo.
Il progressivo degradarsi delle facoltà umane ed elevarsi delle sue bramosie egoiche ci ha condotto a questo tempo, l’età del ferro o Kali Yuga, epoca nella quale tutti i riferimenti divini sono andati perduti ed è rimasto solamente un orizzonte fatto di materialismo. Lo si nota chiaramente nella costante rincorsa al potere e al denaro dove l’uomo è diventato ormai strumento e non più fine.
Nato nella visione greca, soprattutto spinto dall’ontologia aristotelica che ha pervaso tutto il pensiero medioevale, questo modello ha poi alimentato l’illuminismo, il riduzionismo e in genere tutte quelle forme del pensare sfociate poi nel materialismo moderno escludendo di fatto dalla vita dell’occidentale ogni forma di trascendenza, ogni visione del Divino.
Vorrei ricordare che analizzando con una certa cura il pensiero liberista e neoliberista e i modelli economici come il capitalismo, o il più recente turbocapitalismo, si possono facilmente trovare le tracce di questo sentiero.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, non è necessario descriverlo dettagliatamente, il disagio vissuto dall’uomo occidentale è diventato, in questi ultimi decenni, il disagio di tutta l’umanità.
Nei tre secoli che hanno preceduto l’era moderna l’occidente ha esportato, non di certo con metodi pacifici, il suo modello di civiltà in ogni luogo del mondo ed ora il nostro modello è praticamente il solo riferimento culturale per ogni uomo che nasca su questo pianeta.
Una forma che parrebbe irreversibile di decadenza ha ormai pervaso ogni ambito del vivere moderno e, come in un aereo senza pilota, sembriamo lanciati verso la catastrofe finale. Pensavamo che ci avrebbero salvato i soldi, la democrazia, il mercato, la globalizzazione ma così non è, forse ci stiamo accorgendo che Thauma, l’angoscia del vivere, che pretendevamo di annichilire col denaro e col progresso è invece sempre là, sempre vivo e vegeto e che quell’irrequietezza che ci ha fatto allontanare, ormai millenni orsono, dal Divino. come il figliol prodigo dal Padre, non ci ha mai realmente lasciato.
E allora che fare?

La risposta, come in un circolo virtuoso, ce la dà sempre Ochwìa Biano Lago di Montagna, l’indiano Pueblos interrogato da Jung. Nel loro dialogo lo psicoanalista dice:
Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi.
-Dicono di pensare con la testa- rispose.
-Ma certamente. Tu con che cosa pensi?- gli chiesi sorpreso.
-Noi pensiamo qui-, disse, indicando il cuore.

A mio avviso è in quella risposta, tanto semplice quanto potente, che affiora l’unica via possibile alla soluzione di questa situazione degenerata ormai fin nei gangli più reconditi della società cosiddetta civile.
Il cuore…
Vi lascio con una frase che porto con me da almeno venticinque anni e che mi accompagna sempre quando devo prendere una via, qualsiasi sia questa via, Carlos Castaneda la fa pronunciare al suo maestro Don Juan e dice così:

"Ogni via è soltanto una via tra le milioni possibili.
Rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi.
Questa strada ha un cuore?
Se ce l’ha, allora è una buona strada"

Demetrio Battaglia

 

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