Leggere da Ricercatore

Demetrio Battaglia

Ogniqualvolta mi avvicino a un saggio, su tematiche a me care, sorgono molte aspettative e si affacciano alla mente una serie di domande.
Questo testo risponderà ai miei quesiti?
Troverò infine un riscontro plausibile alle mie ricerche su questo o quel tema?

Da ricercatore, quale ritengo di essere senza troppe pretese, ho imparato nel tempo che non dipende sempre e completamente dal testo, ma molto è da imputarsi a me, al ricercatore stesso, alla sua capacità, preparazione e un po’, è necessario ammetterlo, al sorgere di provvidenziali intuizioni.
Perché provvidenziali?
Se avrete pazienza lo vedremo alla fine di questo articolo.

Libri

Quando ci si avvicina a un testo di studio, qualsiasi esso sia, è quasi impossibile non rammentare Dante Alighieri e il suo celeberrimo vademecum su come approcciarsi a opere di questo genere. Nel Convivio, secondo trattato capitolo uno, il poeta sottolinea: “[…]le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi[…]”
Le quattro modalità di accesso al testo, seguendo l’insegnamento di Dante, sono le seguenti: Litterale, Allegorico, Morale, Anagogico o Spirituale. Come è facile intendere il modo litterale è quello nel quale le parole, i periodi del testo ci restituiscono direttamente il loro significato, senza mediazione.
In questo caso quindi non vi è da parte del lettore alcuna elaborazione.

L’allegoria, lo dice il termine stesso che significa in soldoni esprimo altro, è quel particolare significato del testo che non appare, e perciò si manifesta sottolineando un altro significato. Uno degli esempi più famosi è proprio nella Divina Commedia, nell’Inferno, quando Dante descrive le tre celeberrime fiere: Lonza, Leone e Lupa per sottolineare tre vizi umani e rispettivamente: Lussuria, Superbia e Cupidigia.

Il significato morale invece si coglie in testi come le fiabe o nei miti quando questi perdono la loro semplice aura narrativa e assumono le vesti dell’insegnamento. Quando cogliamo il risvolto etico di quel racconto allora esso acquista un valore particolare, una qualità superiore.
Cogliere questo risvolto ci aiuta a comprendere a fondo quel testo e nello stesso tempo ci avvicina all’autore e ai veri intendimenti che lo hanno condotto nella stesura. Non solo quindi la semplice narrazione, ma anche un insegnamento utile, arricchente, a volte addirittura trasformante.

L’ultimo strato di intendimento di un testo è anche il più difficile da raggiungere. Il livello anagogico-spirituale è un piano del testo che richiede un atto intuitivo, un momento di distacco, almeno apparente, per cogliere quel quid che va al di là, va oltre, e che forse nemmeno l’autore aveva in effetti previsto. L’intuizione è un momento che non stento a definire magico proprio perché, pur avendo attinenza inequivocabile col testo, in effetti è piuttosto uno specchio nel quale riusciamo a intravedere qualcosa di noi. Riusciamo a intendere qualcosa che prima ci era celato e che proprio lo scritto, riverberando in un determinato modo (magico) riesce a far affiorare quell’intuizione che, normalmente, non sarebbe stata possibile, non saremmo riusciti a cogliere.
Il testo viene per questo trasceso, superato per catturarne alcuni stadi superiori, più raffinati e, azzarderei a dire, esoterici.

Nonostante le evidenti differenze tra i piani di lettura, e l’interpretazione di un testo, esiste una comune qualità che va coltivata se si desidera penetrare gli strati più profondi, se si desidera superare il semplice contatto letterale col testo. A mio avviso la qualità più importante da coltivare è la Pazienza.
Solo attraverso una paziente lettura e rilettura il testo si convincerà a lasciar trasparire i suoi segreti più profondi. Chiaramente, accompagnato alla pazienza, sarà necessario lo studio e la conoscenza dei significati più velati, ma solo una grande perseveranza ci permetterà di cogliere i simboli più nascosti.
Penso inoltre che, per quanto riguarda la sola visione anagogica, sia necessaria una ulteriore qualità, se così la posso chiamare. Questa qualità è l’affidarsi, il non pretendere, il non volere a tutti i costi che qualcosa accada. Ho la sensazione che questo momento di studio-lettura sia strettamente legato al binomio invocazione-evocazione. Nella pratica si invoca (si anela) un significato ulteriore, spirituale diciamo, ma non è detto che questo debba giungere, affiorare dal testo solo perché è stato da noi invocato. L’intuizione accade, non abbiamo alcun potere per farla accadere di sicuro, sta a noi piuttosto fare tutto ciò che necessità perché affiori, attendendo con pazienza... affidandosi.
Eh sì… la pazienza ha sempre un grande ruolo.

Permettetemi ora una piccola nota polemica. In una nazione come l’Italia in cui imperversa l’ignoranza funzionale, dove le soglie di attenzione a causa di social e tecnologie, si sono abbassate ben al di sotto dei livelli di guardia, come possiamo pretendere di approcciare a un qualsivoglia testo di insegnamenti con perizia, pazienza e dedizione?
A voi la risposta, ma ricordiamo che gli autori di saggistica e gli autori di testi sacri hanno celato spesso i significati più profondi nei loro testi proprio perché non venissero svelati se non a chi ne fosse degno e pronto, solo a chi fosse in grado di addentrarvisi con prudenza e capacità.
Solo così i tesori in essi nascosti ci possono essere donati, altrimenti rimane e rimarrà solo il semplice approccio letterale, importante ma ben poca cosa rispetto alle ricchezze celate tra le righe di questi tesori.
E ricordiamo che a guardia di ogni tesoro vi è sempre un Drago, solo un paziente lavoro di conoscenza potrà permetterci di conquistare la fiducia di quel Drago e farci infine donare quegli ambiti tesori.

Demetrio Battaglia

 

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